Ogni azienda agroalimentare usa grandi quantità di acqua: per lavare impianti, attrezzature, materie prime e locali. Di conseguenza produce acque reflue che contengono residui organici, grassi e detergenti. Gestirle correttamente è un obbligo di legge e, allo stesso tempo, una tutela per l’ambiente. Vediamo cosa prevede la normativa e come mettersi in regola.
Quali aziende sono interessate
Il tema riguarda quasi tutto il settore agroalimentare. Ad esempio:
- caseifici e industrie lattiero-casearie
- cantine e aziende vitivinicole
- frantoi oleari
- macelli e laboratori di lavorazione carni
- aziende di trasformazione di frutta e verdura
- panifici e pastifici di medie dimensioni
Le diverse tipologie di acque reflue
La legge distingue diversi tipi di acque reflue. Le acque reflue domestiche derivano dai servizi igienici e dalle attività di tipo domestico. Le acque reflue industriali, invece, provengono dalle attività produttive. Alcune acque industriali, infine, possono essere assimilate alle domestiche se rispettano determinate caratteristiche e quantità, stabilite anche dalle norme regionali.
La classificazione corretta è il primo passo. Infatti da essa dipendono gli obblighi, le autorizzazioni e i limiti da rispettare.
La normativa di riferimento
La norma principale è il D.Lgs. 152/2006, il cosiddetto Testo Unico Ambientale. Per le piccole e medie imprese, l’autorizzazione allo scarico rientra di solito nell’AUA, l’Autorizzazione Unica Ambientale prevista dal DPR 59/2013.
In alcuni casi, inoltre, le acque reflue possono essere riutilizzate in agricoltura come fertilizzante. Questa possibilità è regolata dal Decreto Ministeriale del 25 febbraio 2016 e dai regolamenti regionali. Richiede però una comunicazione preventiva e il rispetto di periodi, quantità e terreni idonei.
Scarico o utilizzazione agronomica?
Le strade possibili sono principalmente due. Lo scarico, in fognatura o in corpo idrico, richiede l’autorizzazione e spesso un impianto di pretrattamento. L’utilizzazione agronomica, invece, valorizza le acque come risorsa per i terreni. La scelta dipende quindi dal tipo di attività, dalle quantità prodotte e dalle caratteristiche dell’azienda.
Il legame con l’HACCP
La gestione delle acque è anche una questione di igiene alimentare. Infatti scarichi inefficienti, ristagni o pozzetti intasati possono diventare fonti di contaminazione. Per questo la gestione delle acque reflue va integrata nel piano di autocontrollo HACCP, insieme a pulizia, manutenzione e lotta agli infestanti.
Come ti aiutiamo
Lo Studio Coltellacci e Associati affianca le aziende agroalimentari in ogni fase:
- analisi delle acque prodotte e della loro classificazione
- scelta tra scarico e utilizzazione agronomica
- preparazione delle pratiche per l’AUA o per la comunicazione agronomica
- progettazione di sistemi di stoccaggio e pretrattamento
- integrazione nel piano di autocontrollo HACCP


